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    <title>chiaraperrone.it</title>
    <description>Psicologa-Psicoterapeuta Sistemico Relazionale, iscritta all'albo dell’Ordine degli psicologi di Puglia con il n° 4506.</description>
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    <pubDate>Tue, 05 May 2020 11:45:39 +0200</pubDate>
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        <title>Attacchi di panico</title>
        <description>&lt;p&gt;Siamo seduti davanti la tv e improvvisamente iniziamo a sentire un tamburo nel petto, la sensazione di soffocare, i brividi per tutto il corpo. Ci sentiamo assaliti dalla paura, dalla paura di impazzire, di morire. Succede tutto nel giro di alcuni minuti ma la percezione è diversa, sembra non finire mai.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Cosa sta accadendo?&lt;/p&gt;

&lt;h4 style=&quot;color: red;&quot;&gt;Attacchi di panico: cosa sono e come si manifestano?&lt;/h4&gt;
&lt;!--more--&gt;

&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Gli attacchi di panico sono periodi di paura o disagio intensi in assenza di vero pericolo.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Durante un episodio, come quello appena riportato, si manifestano sia &lt;strong&gt;sintomi psichici&lt;/strong&gt; sia &lt;strong&gt;sintomi somatici&lt;/strong&gt;. Tra i sintomi psichici possono presentarsi:&lt;/p&gt;
&lt;ul&gt;
  &lt;li&gt;paura di perdere il controllo&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;paura di impazzire&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;derealizzazione, sensazione che ciò che percepiamo non sia reale&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;depersonalizzazione, sensazione di osservare dall’esterno cosa accade al proprio corpo&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;paura o convinzione di stare sul punto di morire&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;

&lt;p&gt;Tra i sintomi somatici possono presentarsi:&lt;/p&gt;
&lt;ul&gt;
  &lt;li&gt;tachicardia o palpitazioni&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;capogiri&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;parestesie&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;sensazione di soffocamento&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;aumento della sudorazione oppure brividi&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;nausea&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;

&lt;p&gt;Generalmente un attacco raggiunge rapidamente l’apice ed è di breve durata, 10-20 minuti.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Gli episodi di panico sono comuni a tutte le forme di disturbo d’ansia.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;L’episodio di panico può essere inaspettato e non provocato, oppure manifestarsi durante l’esposizione ad uno stimolo temuto o ad una situazione temuta come succede nel caso di vari disturbi di ansia e di altri disturbi mentali.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Dopo un episodio di panico ci si sente stanchi, confusi e impotenti. È presente un’&lt;strong&gt;ansia residua&lt;/strong&gt;, accompagnata in seguito da &lt;strong&gt;ansia anticipatoria&lt;/strong&gt;, dall’urgenza di capire cosa ci succede e come possiamo evitarlo. Spesso il primo luogo dove si cerca aiuto è il pronto soccorso, per controlli e accertamenti.&lt;/p&gt;

&lt;h4 style=&quot;color: red;&quot;&gt;Cosa ci succede?&lt;/h4&gt;

&lt;p&gt;La paura è un’emozione che ci aiuta ad affrontare le minacce reali. Di fronte a un pericolo reale, l’attivazione corporea conseguente alla paura è necessaria per innescare le risposte di attacco o fuga che garantiscono la sopravvivenza e rappresentano le naturali azioni di sfogo dell’attivazione fisiologica.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Nel caso di un attacco di panico vien invece innescato un &lt;strong&gt;falso allarme&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;L’attenzione è rivolta principalmente verso l’attivazione fisica e mentale ed eventi interni ed esterni vengono &lt;strong&gt;valutati erroneamente&lt;/strong&gt; come minacce interne alla propria salute fisica e mentale, sfociando nell’attacco di panico. Vi è quindi un &lt;strong&gt;errore di significazione&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Non è difficile intuire che dopo aver avuto questa esperienza si abbia il timore che si ripresenti un nuovo episodio, ci si senta confusi e pieni di domande e si mettono in atto dei comportamenti che in realtà possono alimentare, mantenere e ostacolare la risoluzione del nostro problema.&lt;/p&gt;

&lt;h4 style=&quot;color: red;&quot;&gt;Fattori di mantenimento degli attacchi di panico&lt;/h4&gt;

&lt;p&gt;Quando si prova una sensazione così negativa e pervasiva come il panico, l’istinto è quello di cercare immediatamente delle soluzioni al problema. Vediamone alcune:&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;em&gt;Monitoraggio delle sensazioni&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Aumenta l’attenzione verso le proprie sensazioni interne con una particolare attenzione alle situazioni temute, allo scopo di verificare la presenza di segnali che potrebbero scatenare l’attacco di panico.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;em&gt;Dialogo interno ansioso/negativo (cosa succede se)&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Aumenta il rimuginio, pensieri negativi che prefiguravano eventi futuri avversi, che hanno lo scopo di controllare e prevenire le situazioni temute. Cosa succederebbe se avessi un attacco di panico mentre guido? A lavoro?&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;em&gt;Comportamenti protettivi&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Assumiamo comportamenti protettivi che ci fanno sentire più al sicuro, come uscire sempre in compagnia o portare sempre con sé psicofarmaci.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;em&gt;Comportamenti di Evitamento&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Evitiamo tutte le situazioni che riteniamo favorire il panico o nelle quali sarebbe difficile gestire un attacco, come guidare la macchina o restare soli a casa.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Questi comportamenti di sicurezza, diminuiscono sempre di più le situazioni in cui ci si sente al sicuro, &lt;strong&gt;impediscono di confrontarsi direttamente con la disconferma delle credenze catastrofiche ed irrazionali&lt;/strong&gt; e facilitano l’attivazione del circolo vizioso del panico.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;/images/posts/modello-circolo-vizioso-panico.jpg&quot; alt=&quot;Modello del circolo vizioso del panico&quot; /&gt;&lt;/p&gt;

&lt;h4 style=&quot;color: red;&quot;&gt;La diagnosi di Disturbo di Panico&lt;/h4&gt;

&lt;p&gt;Se gli attacchi di panico sono:&lt;/p&gt;
&lt;ul&gt;
  &lt;li&gt;Ricorrenti e inaspettati&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;NON sono causati dagli effetti fisiologici diretti di una sostanza (per esempio, da abuso di una droga) o di una condizione medica generale (ad esempio, ipertiroidismo)&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Sono accompagnati da un mese (o più) di preoccupazione persistente di avere altri attacchi e/o di preoccupazione relativa alle implicazioni o alle conseguenze dell’attacco (ad esempio, perdere il controllo, avere un infarto cardiaco, impazzire), e seguiti da una significativa alterazione del comportamento correlata agli attacchi di panico&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;

&lt;p&gt;secondo il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali DSM-5 è possibile fare diagnosi si &lt;strong&gt;Disturbo di Panico&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Inoltre può essere presente &lt;strong&gt;Agorafobia&lt;/strong&gt; ovvero la paura relativa al trovarsi in luoghi o situazioni dai quali può essere difficile (o imbarazzante) allontanarsi, o nei quali può non essere disponibile aiuto in caso di un improvviso attacco di panico.&lt;/p&gt;

&lt;h4 style=&quot;color: red;&quot;&gt;Quali possono essere le cause?&lt;/h4&gt;

&lt;p&gt;Come in molte condizioni di salute mentale, la causa esatta del disturbo di panico non è stata completamente compresa. Si tratta di un fenomeno multicausale, dove sono coinvolte più variabili.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Il modello di vulnerabilità allo stress&lt;/strong&gt;, considera l’interazione tra una predisposizione biologica e psicologica e le condizioni ambientali stressanti che l’individuo affronta, come elementi di vulnerabilità.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Una persona con familiarità per il disturbo, cresciuta in un contesto iperprotettivo e apprensivo, con un attaccamento insicuro, con difficoltà a riconoscere ed esprimere le proprie emozioni, è naturalmente più predisposto a reagire ad eventi di vita stressanti normativi (matrimonio, laurea, trasloco) o paranormativi (morte di un familiare, incidente, malattia) con un attaccato di panico rispetto ad una persona che non presenta queste caratteristiche.&lt;/p&gt;

&lt;h4 style=&quot;color: red;&quot;&gt;Come posso aiutarmi durante l'episodio?&lt;/h4&gt;

&lt;p&gt;È importante sapere che ci sono alcune cose che puoi fare per aiutarti, quando arrivano le prime avvisaglie di paura:&lt;/p&gt;
&lt;ul&gt;
  &lt;li&gt;&lt;strong&gt;L’emozione va attraversata e mai evitata&lt;/strong&gt;. Non provare a controllarla, a scacciarla ma piuttosto lasciala andare. Accettala. Cercare di controllare l’attacco di panico contribuisce solo ad aumentarlo.&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;&lt;strong&gt;Rendi volontario ciò che è automatico&lt;/strong&gt;. L’iperventilazione provoca molte sensazioni che si verificano durante un attacco di panico. La respirazione profonda, d’altra parte, può alleviare i sintomi del panico. Imparando a controllare il respiro, puoi calmarti quando inizi a sentirti ansioso.&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Inizia a pensare che &lt;strong&gt;l’attacco passerà&lt;/strong&gt;, che non sei in pericolo di vita. Come è arrivato così andrà via.&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Può aiutarti &lt;strong&gt;scrivere cosa sta succedendo&lt;/strong&gt; (anche subito dopo l’episodio).  Possiamo tenere un registro dove sono indicati quattro voci (quando, dove, cosa sto facendo/pensando, con chi sono) e usarlo ai primi segnali di pericolo, prima che sopraggiunga il panico nella fase più acuta.  Questo registro potrà fornirti delle informazioni preziose, aiutandoti ad esempio a riconoscere i tempi specifici in cui sei attivato e ad identificare i pensieri relativi all’emozione, il proprio dialogo interno.&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;

&lt;h4 style=&quot;color: red;&quot;&gt;E se è un'altra persona ad avere l'attacco di panico?&lt;/h4&gt;

&lt;p&gt;Non importa quanto irrazionale pensi che sia la risposta di chi è in preda al panico, è importante ricordare che il pericolo sembra molto reale per quella persona. Dirle di calmarsi o minimizzare la loro paura non aiuterà. Ma puoi aiutarla, avendo queste piccole accortezze:&lt;/p&gt;
&lt;ul&gt;
  &lt;li&gt;&lt;strong&gt;Stai calmo&lt;/strong&gt;. Essere calmo, comprensivo e non giudicante aiuterà a diminuire più rapidamente la paura&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;&lt;strong&gt;Fai concentrare la persona sul respiro&lt;/strong&gt;. Trova un posto tranquillo dove farla sedere e guidala a fare respiri lenti e profondi per alcuni minuti.&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;&lt;strong&gt;Sposta la sua attenzione&lt;/strong&gt;. Chiedile cosa ha mangiato o di nominare i nomi di cinque amici. Oppure parlale tranquillamente di un interesse condiviso.&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;&lt;strong&gt;Incoraggia la persona a cercare aiuto&lt;/strong&gt;. Una volta terminato l’attacco di panico, la persona potrebbe sentirsi in imbarazzo. Rassicurala e incoraggiala a cercare aiuto.&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;

&lt;h4 style=&quot;color: red;&quot;&gt;Cosa fare dopo?&lt;/h4&gt;

&lt;ul&gt;
  &lt;li&gt;&lt;strong&gt;Informati&lt;/strong&gt;. Sapere di più sul panico può fare molto per alleviare il tuo disagio. Imparerai che le sensazioni e i sentimenti che provi quando sei nel panico sono normali, che non stai per impazzire e che molte persone hanno provato le tue stesse sensazioni.&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;&lt;strong&gt;Cambia stile di vita&lt;/strong&gt;. Evita il fumo, l’alcool e la caffeina. Tutti questi possono provocare attacchi di panico nelle persone vulnerabili. Inoltre, fai attenzione ai farmaci che contengono stimolanti.&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;Scopri come &lt;strong&gt;controllare la respirazione e impara tecniche di rilassamento&lt;/strong&gt;.&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;&lt;strong&gt;Connettiti con la famiglia e gli amici&lt;/strong&gt;. I sintomi dell’ansia possono peggiorare quando ti senti isolato, quindi contatta le persone a cui tieni regolarmente.&lt;/li&gt;
  &lt;li&gt;&lt;strong&gt;CHIAMA UN TERAPEUTA&lt;/strong&gt;. Chiedere un aiuto ad uno specialista è un passo spesso difficile da compiere, ma utile a comprendere noi stessi e il modo di percepire/reagire al mondo, e a spezzare quei circoli viziosi che contribuiscono a mantenere il nostro disagio.&lt;/li&gt;
&lt;/ul&gt;
</description>
        <pubDate>Tue, 05 May 2020 09:11:33 +0200</pubDate>
        <link>https://chiaraperrone.it/2020/05/attacchi-di-panico/</link>
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        <category>psicologia</category>
        
        <category>panico</category>
        
        
        <category>psicologia</category>
        
      </item>
    
      <item>
        <title>Sei Personaggi in cerca di Cambiamento</title>
        <description>&lt;blockquote style=&quot;font-family: serif, courier; font-size: 0.9em;&quot;&gt;&lt;p style=&quot;padding: 0em 2em 0em 2em;&quot;&gt;&quot;Ci sono sempre due scelte nella vita, accettare le condizioni in cui viviamo o assumersi la responsabilità di cambiare&quot;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: right;&quot;&gt;-Denis Waitley-&lt;/p&gt;&lt;/blockquote&gt;

&lt;p&gt;Immaginiamo di trovarci su una strada sconosciuta insieme a cinque nostri amici.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Ci dirigiamo verso Cambiamento&lt;/strong&gt;, un tipo che, nello stesso tempo, ci spaventa e ci incuriosisce.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;La strada è fatta di angoli bui, di scorci celesti, di salite e discese.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;La compagnia è variegata, c’è chi è terrorizzato da ciò che incontra di nuovo e vuole tornare indietro, chi è iper-vigile e ansioso, chi nega le difficoltà dovute alla salita più ripida, chi urla difronte alla salita meno ripida e chi dirige il gruppo. Dall’intervento della nostra guida dipenderà la qualità del viaggio e l’incontro con Cambiamento.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Quando si affronta un contesto nuovo, in cui vige il caos dentro di noi e non ci sentiamo in grado di controllarlo e gestirlo (con la possibilità di perderci), per prima cosa dobbiamo dare un nome, riconoscere e accettare i componenti della nostra squadra.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;E allora &lt;strong&gt;Paura, Stress, Negazione, Rabbia e Resilienza in varia misura sono i personaggi presenti in ogni storia che porta a un Cambiamento della narrazione&lt;/strong&gt;. Emozioni, meccanismi di difesa e risorse ci accompagnano durante e dopo periodi di transizione, di difficoltà, di cambiamento.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Durante questi periodi possiamo sentirci incapaci di dare voce alle nostre emozioni che si possono manifestare attraverso alcuni comportamenti, come l’aggressività verso gli altri o la fuga dalle situazioni che temiamo. Altre volte chiamiamo queste emozioni con il proprio nome e permettiamo loro di camminare al nostro fianco.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;strong&gt;La comunicazione e la consapevolezza (e non la negazione!) di ciò che proviamo è un primo passo per non guardarsi indietro&lt;/strong&gt; a ricercare un passato che, seppure a volte poco piacevole, ci dà un senso di stabilità.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Dare un Significato e Regolare le nostre emozioni, è un secondo passo&lt;/strong&gt;. Perché sono triste? Che significato do a questa mia emozione? Come reagiscono ad essa? Ognuno di noi ha un modo personale di reagire a quello che sente. Talvolta tendiamo a mantenere o intensificare le emozioni, altre volte le minimizziamo o le reprimiamo.  Non tutte le strategie di regolazione ci sono sempre utili. Come detto precedentemente, reprimere i nostri sentimenti potrebbe farci sentire meglio per un po’ di tempo, ma a lungo andare questa strategia porterebbe il nostro disagio a manifestarsi in un altro modo.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Un terso passo fondamentale è farci guidare dalla Resilienza&lt;/strong&gt;, intesa non solo come la capacità di affrontare le difficoltà, ma anche come la capacità di “adattarsi flessibilmente ai cambiamenti dell’ambiente”. Il processo di Resilienza è un processo personale, con un tempo variabile e a volte difficile da intraprendere ma che ci permette di cambiare la nostra percezione delle cose e di incrementare i fattori protettivi lungo il nostro cammino.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Ricordiamoci che abbiamo un bagaglio esperenziale, cui possiamo attingere: come mi sono comportata/o di fronte ad un cambiamento? Di fronte ad un evento spiacevole? Ad una rottura? Ad una perdita?
Non è sempre facile trovare risposta a queste domande, potremmo non trovare le parole o avere un pensiero polarizzato solo sui nostri fallimenti ed avere difficoltà a far emergere le nostre risorse. Potremmo pensare che non ci sia via di uscita e che la nostra storia è stata già scritta.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Ma &lt;strong&gt;il bagaglio non è mai vuoto&lt;/strong&gt;. Se non riusciamo a trovare o a ricordare le nostre risorse possiamo &lt;strong&gt;chiedere a chi ci conosce da tempo&lt;/strong&gt; o, quando domina il caos e il disagio, &lt;strong&gt;richiedere un aiuto psicologico&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Per adesso lasciate spazio all’immaginazione, pensate alle molteplici strade che potete percorrere e familiarizzate con i vostri compagni di viaggio.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Anche il viaggio più difficile lascerà qualcosa nel nostro bagaglio da poter utilizzare nei momenti di difficoltà&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
</description>
        <pubDate>Wed, 01 Apr 2020 09:44:11 +0200</pubDate>
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        <category>psicologia</category>
        
        <category>cambiamento</category>
        
        <category>resilienza</category>
        
        
        <category>psicologia</category>
        
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      <item>
        <title>Psicologia Perinatale</title>
        <description>&lt;blockquote style=&quot;font-family: serif, courier; font-size: 0.9em;&quot;&gt;&lt;p style=&quot;padding: 0em 2em 0em 2em;&quot;&gt;&quot;Per allevare un bambino ci vuole un intero villaggio, ma noi molto spesso il villaggio ce l’abbiamo virtuale&quot;.&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: right;&quot;&gt;-Alessandra Bortolotti-&lt;/p&gt;&lt;/blockquote&gt;

&lt;p&gt;&lt;em&gt;Sono una donna sulla trentina e inizio a sentire il desiderio di avere un figlio, un piccolo cucciolo da accudire e amare con tutta me stessa. Mio marito è un po’ titubante, ha mille paure e mille dubbi ma lo convinco ad intraprendere questo viaggio. Con la gravidanza il mio corpo si trasforma e non solo. Mi commuovo anche guardando la pubblicità dei biscotti per bambini, inizio ad immaginarmi come sarò come mamma, come sarà la mia bambina, come cambierà le nostre vite. Il giorno di Natale dopo sei ore di travaglio nasce Rita. I primi giorni mi sento un po’ giù ma devo farcela per lei. La notte non dorme e piange quasi tutto il giorno, sembra inconsolabile. Forse non gli basta il mio latte, forse ha le coliche o forse non riesco a capire mia figlia. Mio marito mi appoggia, ma è quasi tutto il giorno al lavoro e il resto del tempo sono sola o con mia madre, con cui discuto costantemente.&lt;br /&gt;
Mi sento arrabbiata, triste, incompresa, confusa, ho bisogno di un aiuto. &lt;strong&gt;A chi posso rivolgermi?&lt;/strong&gt;”&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;

&lt;h3 id=&quot;lo-psicologo-perinatale&quot;&gt;LO PSICOLOGO PERINATALE&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Lo psicologo perinatale si occupa di quei processi evolutivi normativi e paranormativi presenti nella fase del ciclo vitale che va da prima del concepimento, quando insorge il desiderio di diventare genitori, fino ai primi anni di vita del/la bambino/a.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Il compito principale dello psicologo perinatale è quello di promuovere le competenze e le risorse genitoriali, ascoltando, informando e sostenendo l’individuo e la coppia in questo momento della vita.&lt;/p&gt;

&lt;h3 id=&quot;aree-di-intervento&quot;&gt;AREE DI INTERVENTO&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Nel racconto che ho riportato possiamo delineare alcune aree di intervento specifiche: la progettualità generativa, la transizione alla genitorialità, il post partum, la riorganizzazione della vita familiare e personale, il sonno e l’allattamento.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;La neo mamma ha bisogno di aiuto, si sente stanca, inadeguata e poco supportata. Durante queste fasi possono emergere dei dubbi o disagi su argomenti che riguardano i processi di sviluppo fisiologici di ogni individuo, come il &lt;strong&gt;sonno&lt;/strong&gt; del bambino, il &lt;strong&gt;pianto&lt;/strong&gt;, l’&lt;strong&gt;alimentazione&lt;/strong&gt;, l’&lt;strong&gt;inserimento al nido&lt;/strong&gt; e la &lt;strong&gt;relazione&lt;/strong&gt; presente con il neonato.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Altre volte, in altre storie, ci sono persone con una grande sofferenza, dettata da eventi che interferiscono con i processi di sviluppo fisiologici come le condizioni di &lt;strong&gt;infertilità&lt;/strong&gt;, il &lt;strong&gt;lutto&lt;/strong&gt; pre e perinatale, la &lt;strong&gt;nascita pretermine&lt;/strong&gt;, &lt;strong&gt;patologie perinatali&lt;/strong&gt;  (depressione perinatale, disturbi d’ansia, disturbo post traumatico da stress legato al parto, psicosi puerperale) e le &lt;strong&gt;difficoltà relazionali&lt;/strong&gt; (di coppia, familiari).&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;In tutti questi casi è &lt;strong&gt;utile richiedere aiuto&lt;/strong&gt;, sentirsi sostenuti e ascoltati da un professionista della salute.&lt;/p&gt;
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        <pubDate>Sat, 19 Oct 2019 10:44:11 +0200</pubDate>
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        <title>L'Altro diverso da me - Seconda Parte</title>
        <description>&lt;p&gt;L’esistenza delle persone viene regolata dal rapporto interno tra &lt;strong&gt;“identità personale”&lt;/strong&gt;, che designa ciò che ognuno di noi pensa e sente di essere come individuo e l’&lt;strong&gt;“identità sociale”&lt;/strong&gt;, che identifica &lt;em&gt;“quella parte dell’immagine di sé di un individuo che deriva dalla sua consapevolezza di appartenere ad un gruppo sociale”&lt;/em&gt; &lt;a href=&quot;#bartal-1990&quot;&gt;[1]&lt;/a&gt;.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;La relazione tra i gruppi ha una componente cognitiva e una componente emotiva che interagiscono durante la percezione, la valutazione e il comportamento sociale. Alcune teorie si sono soffermate maggiormente sugli aspetti cognitivi, altre sulle emozioni elicitate.
Tra le prime rientra la &lt;strong&gt;“Teoria dell’autocategorizzazione”&lt;/strong&gt; secondo la quale l’identità sociale emerge come la risultante di un processo di categorizzazione continuo di sè e degli altri a diversi livelli di generalizzazione. 
A livello superiore gli individui si autodefiniscono come &lt;strong&gt;esseri umani&lt;/strong&gt; nei confronti di altre specie, a livello intermedio emerge la categorizzazione in &lt;strong&gt;ingroup/outgroup&lt;/strong&gt; (MIO gruppo/TUO gruppo) e a livello subordinato gli individui si definiscono come &lt;strong&gt;singoli individui&lt;/strong&gt;. 
L’accessibilità e l’adeguatezza sono i fattori determinati la categoria saliente &lt;a href=&quot;#turner-hogg-oakes-reicher-wetherell-1987&quot;&gt;[2]&lt;/a&gt;.
Se ci soffermiamo a livello intermedio prevale la nostra appartenenza ad un gruppo. L’immagine che ciascuno ha di sé è largamente determinata dall’immagine che si ha del proprio gruppo e dallo stato complessivo dei rapporti fra gruppi sociali significativi. Una relazione tra due gruppi sociali di tipo etnocentrico, si caratterizza innanzitutto per il fatto che l’ingroup percepisce l’outgroup come &lt;strong&gt;diverso da sé&lt;/strong&gt;&lt;a href=&quot;#ravenna-2004&quot;&gt;[3]&lt;/a&gt;. Questa percezione svolge un ruolo importante nella svalutazione e discriminazione di determinati gruppi sociali.
La ricerca sperimentale ha dimostrato come sia sorprendentemente facile generare ostilità tra i gruppi.
Diversi psicologi sociali hanno ricercato le condizioni minime sufficienti a creare discriminazione fra i gruppi. [Rabbie e Horwitz; Sherif; Tajfel]. Tra questi Tajfel&lt;a href=&quot;#tajfel-1981&quot;&gt;[4]&lt;/a&gt; sostiene che la semplice categorizzazione sociale (per intenderci: donna/uomo; bianco/nero; Settentrionale/Meridionale ecc.) provoca negli individui la messa in atto di comportamenti che tendono a favorire il gruppo di appartenenza e a discriminare l’outgroup. 
In una situazione in cui si pongono a confronto due gruppi, si attiva, nei membri di ognuno di essi, il bisogno di affermare la specificità positiva del proprio gruppo a scapito dell’altro (favoritismo dell’ingroup), assumendo anche atteggiamenti e comportamenti ostili.
Il &lt;strong&gt;Common Ingroup Identity Model&lt;/strong&gt;&lt;a href=&quot;#gaertner-dovidio-2000&quot;&gt;[5]&lt;/a&gt; si focalizza sull’efficacia della ri-categorizzazione dovuta alla percezione di membri di diverse categorie come appartenenti ad una medesima categoria sopraordinata. In questo modo, gli atteggiamenti positivi si possono estendere ai membri dell’outgroup subordinato, che sono percepiti come più vicini a sé in virtù della nuova identità comune. La categorizzazione sovraordinata può determinare, quindi, condizioni di contatto favorevoli e riduzione degli stereotipi e dei pregiudizi associati all’outgroup.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Quali esperienze emozionali evocano determinate condizioni sociali in un gruppo? Che peso hanno queste esperienze sul comportamento verso l’outgroup?
Tra le teorie che si soffermano sull’aspetto emotivo c’è la &lt;strong&gt;“Teoria delle emozioni intergruppi”&lt;/strong&gt;, introdotta da Mackie e Hamilton in “Affect, Cognition and Stereotyping”&lt;a href=&quot;#mackie-hamilton-1993&quot;&gt;[6]&lt;/a&gt;, la quale sostiene (come la “Teoria  dell’autocategorizzazione”) che la relazione tra i membri di un gruppo costituisce una parte integrante di sé stessi. Questa teoria sottolinea l’influenza delle esperienze emozionali sul pregiudizio e sulla natura delle relazioni intergruppi. Quando gli individui categorizzano se stessi come membri di un gruppo, si considerano come elementi intercambiabili del gruppo stesso piuttosto che individui unici. Il gruppo acquisisce un significato emozionale, ogni situazione o evento che colpisce l’ingroup provoca una reazione a livello emotivo&lt;a href=&quot;#miller-smith-mackie-2004&quot;&gt;[7]&lt;/a&gt;.
Bar-Tal&lt;a href=&quot;#bartal-1990&quot;&gt;[1]&lt;/a&gt;, ad esempio, sostiene che se l’ingroup percepisce l’outgroup come minaccioso, tale sentimento può suscitare emozioni negative come la paura, l’incertezza e la rabbia e diventare parte di una configurazione del pregiudizio contro l’outgroup. Alternativamente se l’outogroup è percepito positivamente possono essere evocate emozioni positive le quali conducono a comportamenti favorevoli.
Come diminuire l’associazione tra emozioni negative e comportamenti discriminanti?
La &lt;strong&gt;condivisione sociale delle emozioni&lt;/strong&gt; contribuisce alla diminuzione di stereotipi fra gruppi e di comportamenti discriminanti anche nei casi più drammatici.
Come osservano Hutchison e Bleiker&lt;a href=&quot;#hutchison-bleiker-2008&quot;&gt;[8]&lt;/a&gt; nel processo di ricostruzione dei legami dentro una comunità lacerata è necessario guardare alle proprie ferite in maniera empatica e umanizzante, ripristinando un minimo di fiducia reciproca. Alcune emozioni come l’odio, la paura e la rabbia, diventano strumenti fondamentali per la politica, mentre altri, come l’empatia e la compassione diventano marginali. Le conseguenze sono spesso fatali, nuove fonti di odio comportano  nuove forme di conflitto. Riconoscere la paura e la rabbia, mettere a fuoco le condizioni socio-culturali che hanno generato le violenze subite, permette un cambiamento di prospettiva che aiuta ad assumere il punto di vista dell’Altro, &lt;strong&gt;riducendo la tendenza ad imputare gli abusi unicamente a caratteristiche disposizionali&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Gli effetti del contatto intergruppi quindi possono essere mediati sia da fattori cognitivi che affettivi. 
Nella società contemporanea in cui prevale la diversità di pensiero, di religione e di nazionalità, assumere comportamenti discriminatori e intolleranti con tutti coloro che sono percepiti “diversi” da noi, potrebbe implicare un’&lt;strong&gt;“omologazione”&lt;/strong&gt; dei rapporti, stabiliti solo con i membri del proprio gruppo di appartenenza.
È la tragica realtà di oggi. A volte, sia gli individui che i gruppi, non vogliono diventare consapevoli di quello che accade nelle loro famiglie, nella loro comunità. E questo processo è ostacolato da qualcuno che ci guadagna sulla nostra “ignoranza” intesa in questo senso sulla possibilità di guardarci attorno, di guardare gli occhi del nostro “peggiore nemico” e accorgerci che forse non sono così diversi dai nostri.
Allora la capacità di condividere le emozioni e di assumere la prospettiva dell’altro possono diventare una nostra risorsa in grado di migliorare le relazioni sia interpersonali che intergruppi.&lt;/p&gt;

&lt;h2 id=&quot;bibliografia&quot;&gt;Bibliografia&lt;/h2&gt;

&lt;ol&gt;
  &lt;li id=&quot;bartal-1990&quot;&gt;Bar-Tal, D. 1990 &quot;Causes and consequences of delegitimizazion: Models of conflict and ethnocentrism&quot;, in &quot;Journal of Social Issues&quot;, 46, 1, pp.65-81&lt;/li&gt;
  &lt;li id=&quot;turner-hogg-oakes-reicher-wetherell-1987&quot;&gt;Turner, J.C, Hogg, M.A., Oakes, P.J., Reicher, S.D. e Wetherell, M.S, 1987 &quot;Rediscovering the Social Group: A Self- Categorization Theory, Oxford, Blackwell. Oxford: Blackwell.&lt;/li&gt;
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  &lt;li id=&quot;tajfel-1981&quot;&gt;Tajfel 1981 &quot;Human groups and social categories. Studies in social psychology&quot;, Cambridge, Cambridge University Press.&lt;/li&gt;
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  &lt;li id=&quot;hutchison-bleiker-2008&quot;&gt;Hutchison, E. e Bleiker, R. 2008  &quot;Emotional reconciliation. Reconstituting identity and community after trauma&quot;. European Journal of Social Theory, 11, 385-403.&lt;/li&gt;
&lt;/ol&gt;
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        <pubDate>Thu, 07 Feb 2019 14:55:23 +0100</pubDate>
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        <title>L'Altro diverso da me</title>
        <description>&lt;p&gt;I rapporti di conoscenza dell’Altro sono fortemente influenzati da alcuni processi psicologici che possono comportare &lt;em&gt;“l’esclusione di determinati individui o gruppi da una comunità morale”&lt;/em&gt;, ovvero al di fuori dei confini entro cui si applicano le regole condivise di giustizia e equità. &lt;a href=&quot;#ravenna-2004&quot;&gt;[1]&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;La maggior parte dei processi sottostanti alla conoscenza sociale si basano su un’economizzazione delle risorse cognitive. Quando le circostanze rendono limitata la capacità cognitiva, per far fronte ad una realtà troppo complessa e differenziata, gli individui utilizzano meccanismi di semplificazione e organizzazione delle conoscenze.
Due dei processi più influenti sulla nascita di fenomeni di esclusione sociale sono il processo di &lt;strong&gt;categorizzazione&lt;/strong&gt; e il processo di &lt;strong&gt;generizzazione&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Il primo definibile come quel &lt;em&gt;“processo di ordinamento dell’ambiente in termini di categorie, attraverso il quale si raggruppano persone, oggetti o eventi simili in base alla loro pertinenza rispetto alle azioni, intenzioni o atteggiamenti individuali” &lt;a href=&quot;#ugazio-1997&quot;&gt;[2]&lt;/a&gt;. Il secondo come “la tendenza costante della mente umana ad estendere ad ampie serie di eventi le osservazioni effettuate sui pochi eventi”&lt;/em&gt;.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Lo stesso processo sottostante alla categorizzazione di oggetti esterni è presente nel rapporto con il mondo sociale. Nella prospettiva del costruzionismo sociale, la &lt;strong&gt;categorizzazione sociale&lt;/strong&gt; può essere vista come un sistema di orientamento che contribuisce a definire il posto specifico dell’individuo all’interno della società &lt;a href=&quot;#tajfel-1981&quot;&gt;[3]&lt;/a&gt;.In altre parole, &lt;strong&gt;categorizziamo le persone quando le percepiamo più come rappresentanti di determinate categorie sociali che come individui dotati di caratteristiche specifiche&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Combinando  processi di categorizzazione e generalizzazione un individuo può selezionare ed interpretare le informazioni sugli altri in sintonia con caratteristiche comprese in quella categoria e a compiere una serie di generalizzazioni che possono comportare &lt;strong&gt;stereotipi&lt;/strong&gt; e &lt;strong&gt;pregiudizi&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Il &lt;strong&gt;pregiudizio&lt;/strong&gt; viene definito, a seconda del livello di generalità o di specificità che si decide di assumere. Il massimo livello di generalità corrisponde al significato etimologico, vale a dire giudizio precedente all’esperienza o in assenza di dati empirici, che può intendersi quindi più o meno errato. Al massimo livello di specificità i pregiudizi vengono definiti, &lt;em&gt;atteggiamenti negativi verso persone, gruppi o altri oggetti sociali, assunti a priori e mantenuti anche di fronte a fatti che lo contraddicono&lt;/em&gt; &lt;a href=&quot;#palmonari-cavazza-rubini-2002&quot;&gt;[4]&lt;/a&gt;. Le prime ricerche effettuate allo scopo di comprendere le radici del pregiudizio in generale furono di diverso genere: alcune furono dirette a verificare l’esistenza di una correlazione diretta tra atteggiamento e comportamento , come la ricerca effettuata da La Piere nel 1934 il quale in un periodo di intenso pregiudizio contro gli orientali visitò 128 ristoranti in compagnia di una coppia di cinesi. Contrariamente all’atteggiamento negativo espresso dai proprietari, la coppia fu accolta cortesemente e senza incidenti, ciò fu la dimostrazione empirica della inconsistenza tra atteggiamento e comportamento. Altri autori come Likert e Thurstone &lt;a href=&quot;#mazzara-1997&quot;&gt;[5]&lt;/a&gt; analizzarono, utilizzando modelli di tipo matematico, la disponibilità delle persone ad avere contatti con gruppi etnici diversi dal proprio. In generale si ritrovò comunque una scarsa corrispondenza tra atteggiamenti e comportamenti, e ciò a dimostrazione del fatto che il pregiudizio è spiegabile soprattutto a livello psicologico, e non comportamentale. Inizialmente ci si limitò a descrivere più che altro i contenuti di tali atteggiamenti, e non i processi che vi sono alla base. In seguito ciò che risultò evidente fu la necessità di spiegare tali atteggiamenti riferendosi ad un contesto ampio, cioè in base a fattori di tipo sociale, culturale, economico, politico e individuale e la necessità di scoprire i principi sistematici che determinano quando gli atteggiamenti generali sono trasformati in comportamento.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Il concetto di pregiudizio è strettamente connesso con quello di stereotipo. Mazzarra &lt;a href=&quot;#mazzara-1997&quot;&gt;[5]&lt;/a&gt; afferma che lo stereotipo costituisce quello che possiamo indicare come nucleo cognitivo del pregiudizio. Il concetto di &lt;strong&gt;“stereotipo”&lt;/strong&gt; è stato introdotto nelle scienze sociali dal giornalista Walter Lippman al fine di comprendere i meccanismi di formazione dell’opinione pubblica. Lippman sosteneva che la realtà così complessa può essere conosciuta solo attraverso la costruzione d’immagini mentali o rappresentazioni che l’uomo si crea, sulla base di operazioni di semplificazione e di organizzazione preventiva dei dati, la quale influenzerebbe a sua volta la raccolta e la valutazione degli stessi. Tali stereotipi avrebbero origine prevalentemente sociale, derivando essenzialmente dal contesto culturale e svolgerebbero l’importante funzione di spiegare il comportamento e l’organizzazione sociale esistente &lt;a href=&quot;#ferri-2006&quot;&gt;[6]&lt;/a&gt;. Le prime ricerche sugli stereotipi sono focalizzate principalmente sul perché questi si creino, e si limitano alla descrizione dei contenuti delle immagini di altre nazionalità, registrandone le variazioni in relazione ad eventi storici e allo stato dei rapporti tra gruppi interessati.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;A Katz e Braly &lt;a href=&quot;#villano-2003&quot;&gt;[7]&lt;/a&gt; si deve la prima ricerca empirica sugli stereotipi etnico-nazionali. La loro tecnica d’indagine verrà usata quasi invariata in moltissimi studi successivi. Ai soggetti veniva sottoposto una lista di aggettivi con la richiesta di indicare quali di essi fosse tipico di ciascun gruppo. Ne risultavano dei profili dei singoli gruppi etnico-nazionali molto differenziati tra loro, e molto omogenei al loro interno; le associazioni aggettivo-gruppo rivelarono i condizionamenti dei mezzi di comunicazione, il che faceva pensare che gli stereotipi venissero acquisiti per la maggior parte attraverso i mass media, piuttosto che derivati dalle esperienze personali.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;A riguardo il sociologo Boltanski &lt;a href=&quot;#boltanski-2000&quot;&gt;[8]&lt;/a&gt; sostiene la &lt;strong&gt;possibilità di sviluppare sentimenti empatici per gruppi lontani rappresentando gli altri, attraverso i mass media, come individui dotati di singolarità e mai come masse anonime indifferenziate&lt;/strong&gt;. Gli stereotipi degli studi sopra citati comprendevano le credenze verso aspetti fisici e comportamentali dei membri dei gruppi e le valutazioni di tali aspetti; gli aggettivi maggiormente associati a un gruppo costituivano le caratteristiche primarie dello stereotipo del gruppo. Per esempio, risultò che gli italiani erano artistici e impulsivi, i neri superstiziosi e pigri, i tedeschi razionali e laboriosi, gli ebrei scaltri e attaccati ai soldi e così via, ma soprattutto i singoli profili risultavano altamente condivisi. In tempi successivi altri studi hanno applicato lo stesso schema di ricerca giungendo a risultati non molto diversi da quelli delle prime ricerche, ma con significativi mutamenti nei contenuti degli stereotipi stessi (tendenza ad usare descrizioni più neutre per le minoranze e con minori connotazioni svalutative, introduzione di elementi autocritici per il gruppo maggioritario). Oggi per stereotipo si intende un &lt;em&gt;«opinione precostituita su una classe di individui, di gruppi o di oggetti che riproducono forme schematiche di percezione e di giudizio»&lt;/em&gt; &lt;a href=&quot;#galimberti-1999&quot;&gt;[9]&lt;/a&gt;.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Se questi stereotipi vengono condivisi da grandi masse di persone all’interno dei gruppi  diventano &lt;strong&gt;stereotipi sociali&lt;/strong&gt;. Data una certa immagine negativa di un gruppo si può essere convinti che pressoché tutti gli individui di quel gruppo possiedono tali caratteristiche nella stessa misura. Ad esempio l’affermazione “Tutti gli zingari sono ladri” esprime una generalizzazione stereotipica della categoria degli zingari.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Può succedere che si presentano informazioni incoerenti con lo stereotipo, e così si cerca una spiegazione alternativa: si creano specifici sottotipi, una sottocategoria, all’interno di un gruppo sociale più ampio o si applica il &lt;strong&gt;Refencing&lt;/strong&gt;, che consiste nel dissociare il membro “atipico” dalla sua categoria inducendoci a considerarlo un caso eccezionale. Le informazioni, per diventare coerenti con le nostre credenze e stereotipi su determinate persone o gruppi, possono anche essere interpretate tramite il &lt;strong&gt;group serving bias&lt;/strong&gt; di attribuzione, ovvero la tendenza ad attribuire a cause interne i comportamenti positivi del proprio gruppo e i comportamenti negativi degli altri gruppi e a cause esterne i comportamenti negativi dell’ingroup e quelli positivi dell’out-group &lt;a href=&quot;#hewstone-jaspars-1982&quot;&gt;[10]&lt;/a&gt;. Gli stereotipi inoltre spingono gli individui ad agire in modo da produrre comportamenti in grado di confermare le loro aspettative, è quella che Watzlawick chiamerebbe una “profezia che si autoavvera”. Esemplificativo in questo senso è la spiegazione di quello che Rosenthal &lt;a href=&quot;#rosenthal-jacobson-1968&quot;&gt;[11]&lt;/a&gt; ha definito &lt;strong&gt;effetto Pigmalione&lt;/strong&gt;. In tutti quei contesti dove si sviluppano rapporti sociali, le nostre aspettative possono influenzare in maniera radicale la qualità delle nostre relazioni e le performance che possiamo ottenere dagli altri. Chi è stato oggetto di discriminazioni sviluppa un concetto negativo di sé il quale causa numerosi comportamenti disfunzionali come la cosiddetta &lt;strong&gt;“volontà di fallire”&lt;/strong&gt;, ovvero non provare neanche ad affrontare un compito perché si ha la sicurezza di non riuscire a svolgerlo; comportarsi in modo da giustificare i pregiudizi nei propri confronti; o infine arrivare a sviluppare forme di ostilità auto diretta.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Gli stereotipi e i pregiudizi non sono soltanto prodotti della mente individuale ma possono diventare “atteggiamenti” condivisi da un’intera cultura.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Nella seconda parte ci soffermeremo sulle relazioni intergruppi e sul ruolo delle esperienze emozionali nella svalutazione e discriminazione di determinati gruppi sociali.&lt;/p&gt;

&lt;h2 id=&quot;bibliografia&quot;&gt;Bibliografia&lt;/h2&gt;

&lt;ol&gt;
  &lt;li id=&quot;ravenna-2004&quot;&gt;Ravenna M. 2004 &quot;Carnefici e Vittime. Le radici psicologiche della Shoah e delle atrocità sociali&quot;, Bologna, Il Mulino.&lt;/li&gt;
  &lt;li id=&quot;villano-2003&quot;&gt;Villano P., 2003 &quot;Pregiudizi e stereotipi&quot;, Roma, Carocci, p. 11&lt;/li&gt;
  &lt;li id=&quot;ugazio-1997&quot;&gt;Ugazio V. 1997 &quot;La costruzione della conoscenza. L'approccio Europeo alla cognizione del sociale&quot;. Milano, FrancoAngeli.&lt;/li&gt;
  &lt;li id=&quot;tajfel-1981&quot;&gt;Tajfel 1981 &quot;Human groups and social categories. Studies in social psychology&quot;, Cambridge, Cambridge University  Press.&lt;/li&gt;
  &lt;li id=&quot;palmonari-cavazza-rubini-2002&quot;&gt;Palmonari A. , Cavazza N. e Rubini M. 2002 Psicologia sociale. Bologna, Il Mulino.&lt;/li&gt;
  &lt;li id=&quot;mazzara-1997&quot;&gt;Mazzara B. 1997 &quot;Stereotipi e pregiudizi&quot;, Il Mulino, Bologna.&lt;/li&gt;
  &lt;li id=&quot;ferri-2006&quot;&gt;Ferri, M. 2006 &quot;Come si forma l'Opinione pubblica. Il contributo sociologico di Walter Lippmann&quot;, Milano, Franco Angeli.&lt;/li&gt;
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1982 &quot;Intergroup relations and attribution processes&quot; in H In: H. Tajfel (Ed.). Social Identity and Intergroup Relations. Cambridge University Press and Paris: Editions de la Maison des Sciences de l'Homme.&lt;/li&gt;
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&lt;/ol&gt;
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        <pubDate>Sun, 02 Sep 2018 11:35:23 +0200</pubDate>
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        <title>Nessun uomo è un'isola</title>
        <description>&lt;p&gt;“Nessuno uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto” affermava il poeta Johne Donne, un autore che, come tanti altri, ha evidenziato la nostra naturale predisposizione ad appartenere a qualcosa che supera i confini del nostro “territorio” e con cui siamo continuamente in relazione.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Nell’ottica sistemico-relazionale la famiglia viene considerata un sistema in cui ogni componente è in connessione con gli altri così che al cambiamento di un elemento consegue il cambiamento degli altri.
La nostra prima importante esperienza di relazione nasce proprio nel sistema famiglia. Questa esperienza ci fornisce le prime rappresentazioni che abbiamo di noi stessi e più in generale del mondo.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;/images/posts/2018-06-25-nessun-uomo-e-un-isola.jpg&quot; alt=&quot;alt text&quot; title=&quot;Cover&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
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        <pubDate>Mon, 25 Jun 2018 18:04:00 +0200</pubDate>
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        <title>Il potere del gruppo dei pari</title>
        <description>&lt;p&gt;Oggi degli adolescenti mi hanno ricordato quanto potere ha il gruppo dei pari sui singoli individui.
La trasgressione alle norme consensuali del gruppo, può comportare delle “sanzioni” a coloro che le deviano.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Nel racconto di questa mattina il comportamento trasgressivo coincideva con un comportamento di aiuto, di solidarietà per un altro adolescente e la sanzione era la derisione, l’esclusione da parte del gruppo anche dei ragazzi che decidevano di frequentare o difendere il più debole.&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;E’ difficile per questi ragazzi scegliere tra il rifiuto e i sensi di colpa. La pressione all’uniformità è forte, tanto quanto il peso della colpa.
E’ difficile per loro anche chiedere consiglio e confrontarsi con gli adulti, perché hanno paura di non essere compresi o di essere giudicati.
Cosa possiamo fare noi per non farli sentire incompresi o inadeguati?
Dovremmo sempre sforzarci di comprendere il loro linguaggio e di trovarne uno nuovo da usare insieme, per sentirsi entrambi capaci di comunicare il proprio pensiero.
Possiamo raccontargli come anche poche persone possono influenzare la maggioranza e cambiare le norme del gruppo,
e che per fare questo ci vuole costanza e coraggio.
Dobbiamo mostrargli come costruirsi una propria e unica personalità e come combattere per difenderla.
Ma sopratutto dobbiamo sostenerli ogni giorno nei loro piccoli gesti coraggiosi e ricordargli che grazie a quei gesti si può diventare un adulto migliore.&lt;/p&gt;

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        <pubDate>Tue, 15 May 2018 15:41:00 +0200</pubDate>
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